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   ANNO  V  n°2197    Venerdì 24 Maggio 2013

ULTIME NOTIZIE:   -  CINETUSCIA VILLAGE E CINEMA TEATRO GENIO : LA NUOVA PROGRAMMAZIONE   -   IL METEO DI VITERBO

ARRIVAI A ORTE SCALO IL 1 APRILE 1928
di Mario Pucci


Città Giardino Orte

A Orte Scalo arrivai con la famiglia il I° aprile 1928, e non per scherzo, come si addiceva al giorno delle burle: infatti vi restammo per più di trent'anni. Io avevo sei anni e Orte Scalo ne aveva certo di più, ma la crescita di un paese è in proporzione più lenta di quella di un uomo.

Considerato questo, eravamo entrambi "bambini".

Oltre alla stazione c'erano molte case tutte allineate lungo un'unica strada di terra battuta - polverosa d'estate e fangosa d'inverno.

A illuminarla, poco, c'erano i fili elettrici che l'attraversavano, sostenuti da pali di legno con la lampadina in mezzo protetta da un piatto smaltato che nelle notti di vento impazziva ruotando vorticosamente e creando ombre sinistre. A tratti la fila delle case s'interrompeva e allora i prati arrivavano fin sulla strada.

Comunque nel '28 Orte Scalo era già una borgata industriosa. C'era il pastificio Rezzemini che lavorava a tempo pieno, un'eccellente falegnameria e una piccola fabbrica di caramelle a cui era interessato il Molinari più tardi produttore della famosa Sambuca.

Alle spalle della stazione si apriva un grande piazzale con un abbeveratoio di pietra ruvida dove noi ragazzi limavamo i noccioli delle pesche per farne degli anelli che ci sembravano bellissimi. Nel piazzale sostavano i "mezzi" per raggiungere Orte.

Come c'informa Don Delfo Gioacchini nel suo bel libro Curiosità ortane, erano carrozze a quattro posti, brek a sette posti e landò, tra cui quelli padronali per i più facoltosi.

Più tardi si aggiunse, per chi voleva spendere di meno, uno sconquassato automezzo e dal 1928 una decente corriera.

Le case erano a uno, due e tre piani, e dato che il traffico era pressoché inesistente, le donne nei pomeriggi di bel tempo sedevano intorno al portoncino d'ingresso a sferruzzare e chiacchierare - era il loro salotto - mentre noi ragazzi ruzzavamo nella strada indisturbati.

Croce per le madri, e delizia per noi, era d'estate l'arrivo del triciclo di Pasquale il gelataio. Allora erano urla e strepiti per carpire alle avarissime madri i dieci centesimi - due soldi - necessari per l'acquisto di un cono piccolissimo di cui peraltro ci accontentavamo.

Bisognava aspettare la festa del patrono sant'Antonio per poter avere il maxi-cono da ben cinquanta centesimi. Che per farlo durare a lungo puntualmente si scioglieva e altrettanto puntualmente finiva sul vestito della festa - rigorosamente, per noi maschietti, "alla marinara" .

Su queste case quanto mai modeste, eccellevano alcune costruzioni. Gloria e vanto della borgata, erano esse a figurare nelle cartoline del tempo, di un verdino opaco e dagli orli ingialliti: il palazzo dei ferrovieri, il palazzo Mele-Giulioli e la villa Santoni, che con le due palme del giardino, le terrazze e i vetri istoriati della porta, secondo lo stile floreale del tempo, ci sembrava il non plus ultra della raffinatezza, dell'eleganza e del lusso.

A sinistra e a destra della villa Santoni c'erano la chiesa e la scuola. La chiesa, due doppie stanze a terreno di una casa a tre piani, già bettola e sala da ballo, che aveva come distintivo sopra la porta un arco sormontato da una croce di legno, che s'illuminava solo per la festa del patrono, e al lato una campanella (*).

Una ricchezza, se si considera che prima il parroco non aveva neppure quello e doveva dire la Messa sopra un piccolo altare custodito in una specie di armadio situato nella sala d'aspetto della stazione.

In una delle stanze c'era l'altare, nell'altra la statua di gesso di un sant'Antonio col Bambino in braccio e il giglio; statua che aveva una sua storia di cui parleremo più in là.

Il sant'Antonio della statua aveva la stessa tonsura e lo stesso saio del parroco.

Il quale si chiamava Padre Geremia, era meno giovane, già con qualche filo grigio nei capelli, e scendeva tutti i giorni a piedi dal convento di San Bernardino dove risiedeva, per dire Messa e per insegnarci il catechismo.

Noi lo guardavamo con riverenziale timore, un po' per le lucenti pianete che indossava quando era all'altare, dove parlava latino, e molto perché a chi di noi non stava attento lasciava andare qualche scappellotto.

La scuola era a destra della villa Santoni, all'inizio dell'unica via secondaria di Orte Scalo, via Fiume, in una località pomposamente chiamata città-giardino. Altro caseggiato di un paio di piani.

Le aule, arredate con vecchi e lunghi banchi dal piano ruvido, tagliuzzato e grinzoso, affacciavano alcune sulla strada e altre sui prati a cui lanciavamo sguardi cupidi e nostalgici quando il sole di primavera li inondava di luce.

Di fronte alla villa Santoni, al di là della strada, c'era il ponte sulla ferrovia, dove ci portavano a respirare il fumo delle locomotive di passaggio per curarci la tosse: un toccasana, ci dicevano, per tutte le tossi, specie quella " convulsa".

Al di là qualche altra casuccia e una serie di viottoli che tra campi e orti ben coltivati portavano al fiume.

(*) Già esistente, ci racconta Attilio Giovannini: serviva a radunare la popolazione quando il macellaio Cinelli scendeva da La Penna a vendere la carne, due volte la settimana.



Mario Pucci scrittore.



26 febbraio 2013



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