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Lo sviluppo turistico che non decolla
Chi è deputato allo sviluppo turistico di Viterbo si deve domandare il perché della scarsa fama turistica di una città, che offre ancora oggi agli occhi estasiati dei turisti, tanti motivi di godimento estetico.
Dalla bomboniera medievale del Quar¬tiere di San Pellegrino alla Basilica con stile brunelleschiano di Santa Maria della Quercia, ove si ammira con stupore il soffitto decorato col primo oro portato in Europa dall'America.
Per non parlare poi dell’immagine fantasmagorica della sorgente del Bulicame, cantata da Dante nel canto XIV dell’Inferno,e dell’aerea grazia della loggia delle benedizioni che orna e ingentilisce il Palazzo dei Papi.
Come tacere poi della suggestione della sinfonia marmorea e musicale delle tante fontane gorgoglianti, disseminate nelle piazze del Centro Storico, e del fascino suggestivo che emana dalla “Macchina” costruita e trasportata in onore di Santa Rosa, patrona di Viterbo.
Questa piccola città di provincia vanta ricordi storici da far invi¬dia ad una capitale: qui i fanghi del Bullicame curarono le artriti dei lucumoni etruschi, dei consoli ro¬mani, di pontefici, di re ed imperatori cristiani.
Ancora qui Michel De Montaigne bevendo l’acqua del Bullicame, riuscì a liberarsi di un grosso calcolo renale che lo affliggeva.
E la stessa acqua placò poi i dolori lancinanti del “mal della pietra” di Michelangelo, che venne alle Terme del Bacucco e meravigliato dell’architettura presente, lui che era solito alle grandi architetture di Roma, vergò due schizzi, che ancora oggi sono visibili nel nostro Museo Civico.
Nella Cattedrale di Viterbo fu scomunicato
Cor¬radino di Svevia, che dopo l’interdetto ebbe breve vita e fu giustiziato barbaramente a Napoli da Carlo d’Angiò.
Nella vicina chiesa di San Silvestro, oggi del Gesù, fu ucciso da¬vanti all'altare Enrico di Cornovaglia, cugino del re d'Inghilter¬ra; sempre qui Federico Barbarossa tra¬sferì le porte di bronzo della Basilica di S. Pietro ad umiliazione dell'orgogliosa Città Eterna.
La parola conclave fu coniata a Viterbo perché i cardinali furono chiusi “cum clave”, e dettero vita al più lungo conclave della storia (due anni e nove mesi) che si consumò nel nostro Palazzo Papale. I diciannove cardinali che non si decidevano ad eleggere il nuovo papa, furono messi a pane e acqua e poi costretti a vivere sotto le tende da Raniero Gatti, un turbolento Capitano del Popolo, che ordinò anche di scoperchiare la sala del conclave.
Il più breve pontificato della Santa Romana Chiesa si svolse a Viterbo dove Vicedomino Vi¬cedomini, impersonò il leggendario “ papa per un giorno”.
Cos’è dunque che manca a Viterbo perché diventi un centro di attenzione turistica? Sembrerebbe che non manchi assolutamente niente se si considera che Viterbo può vantare più di 200 Guide Turistiche tutte abilitate con tesserino.
E invece qualcosa manca, qualcosa di veramente indispensabile: mancano i turisti.
Il Comune aldilà delle chiacchiere non fa niente per incrementare il turismo. Per esempio lo sapete che a Viterbo i bagni pubblici di Piazza del Sacrario, deputati a ricevere i turisti che scendono dagli autobus nella stessa piazza, sono chiusi da anni?
Che le fontane godono di una pulizia saltuaria e spesso, troppo spesso, appaiono sporche e trascurate?
Che in Piazza San Pellegrino consentiamo a un esercente di utilizzare l’interno di un profferlo come magazzino di risulta.
Che le strade ed i marciapiedi sono sporchi e che i viterbesi, purtroppo non sono abituati a tenere pulita la loro città?
Ci sono stati viaggiatori illustri che hanno definito Viterbo “una delle gemme più preziose in una delle zone più varie ed interessanti d’Italia”. Infatti, in un raggio di una trentina di chilometri, troviamo le necropoli etrusche di Tarquinia, coi loro meravigliosi affreschi a colori, e poi le basiliche protoromaniche di Tuscania, merlettate di marmi.
La cornice ideale al meraviglioso contesto la disegnano poi le boscose montagne dei Cimini, e le azzurrine distese dei laghi di Bolsena, di Vico e di Monterosi, incastonate tra mac-chie e vigneti.
A Sutri troviamo la grotta dove nacque il paladino Orlando e a Bagnoregio il borgo di Civita (la città che muore), che fu pa¬tria di San Bonaventura.
Altro esempio del Rinascimento italico è il Palazzo Far¬nese di Caprarola, e poi i bizzarri “mostri” di Bomarzo.
Fantastici animali scolpiti nella pietra viva di peperino, e sparsi da Vicino Orsini all’interno del Sacro Bosco, forse modellati dai prigionieri turchi catturati a Lepanto.
Infine uno tra i più bei giardini all’italiana al mondo, si trova a Villa Lante di Bagnaia, a due chilometri da Viterbo.
Qui la grandiosa scenografia di fon¬tane e di verde creata dal Vi¬gnola, ci riconduce come per incanto nell’ovattata atmosfera del cinquecento.
I viterbesi sperano che presto, molto presto questo ingiusto oblio sia dissi¬pato da iniziative che riescano a convogliare nella bella città con il simbolo del leone nemeo, il giusto flusso turistico che gli spetta di diritto.
Giovanni Faperdue
2 marzo 2013
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