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da espresso.it
di Michele Sasso
E il suo uomo era amico dei clan
Il braccio destro di De Gregorio, Nicola Paparusso, sarebbe intervenuto per far annullare la condanna di un capo cosca: lo stesso che fece minacciare di morte il nostro giornalista Giovanni Tizian
Un'altra tegola per Silvio Berlusconi, indagato dalla Procura di Napoli per corruzione del senatore Sergio De Gregorio e finanziamento illecito ai partiti. Tre milioni di euro in cambio del passaggio del politico ex Idv al Pdl, secondo le dichiarazioni ammesse dallo stesso De Gregorio nel corso di recenti interrogatori.
Ma come "l'Espresso" è in grado di raccontare, negli uffici dell'ex senatore si progettavano anche altri affari, gestiti dal suo braccio destro. Nicola Paparusso è stato infatti consigliere di De Gregorio come presidente della delegazione parlamentare alla Nato nella legislatura appena conclusa.
Un incarico internazionale che rappresenta l'Italia nell'assemblea del patto Atlantico.
Così il 39enne Paparusso ha fatto il salto di qualità: ex carabiniere, scrittore («lo studio dei sentimenti ed in particolare dell'Amore», si legge nel suo sito) ma anche l'uomo che si sarebbe offerto di "aggiustare" i processi.
E' quanto emerso dall'inchiesta della Procura di Bologna che ha arrestato lo scorso 23 gennaio il boss della 'ndrangheta Nicola Femia: il capo che dalla provincia di Ravenna muoveva le fila di una rete illegale di slot machine, protagonista delle telefonata con il faccendiere Guido Torello in cui minacciavano di morte il giornalista Giovanni Tizian.
Proprio a Torello e Paparusso si rivolge il boss per cercare di intervenire sulla Cassazione. Il rischio è grosso: la Corte di Appello di Catanzaro lo aveva condannato a 23 anni di carcere per una lunga serie di gravi reati (associazione a delinquere per il traffico di droga e detenzione di armi).
Stando agli atti, Nicola Femia si sarebbe affidato a Guido Torello, che si fa promotore per «pilotare in suo favore» la sentenza della Suprema Corte.
A partire da giugno 2011 le Fiamme gialle registrano decine di telefonate in cui si discute di come condizionare il procedimento.
L'operazione non è a buon mercato: si ipotizza una tangente da 400 mila euro, di cui 100 mila consegnati cash in anticipo dalle mani di Femia a Paparusso e a Massimiliano Colangelo, intermediario finanziario con un lungo curriculum di reati per associazione a delinquere, truffa e ricettazione. Intascato l'anticipo, i due si sarebbero messi in contatto con una dipendente del Ministero della Giustizia impiegata alla Corte di Cassazione, in grado, scrivono gli inquirenti «di avere accesso agli uffici della Cassazione dove è in discussione il ricorso».
E' lei che la sera del 28 febbraio 2012, appena terminata la camera di consiglio, al telefono legge a Paparusso il dispositivo della sentenza: «allora .. annulla impugna .. guarda c'è l'ho scritto gua perché me lo ha dettato..tanto è pubblica», ottenendo i ringraziamenti ed i complimenti dell'interlocutore.
«L'interessamento riconduce a soggetti terzi evidentemente in grado di intervenire nell'interesse del Femia», scrive il Gip Bruno Perla nell'ordinanza, specificando però che «le indagini non hanno invece consentito, allo stato, di accertare l'identità dei destinatari finali della tangente».
Ma l'uomo delle cosche non è contento. La Corte di Cassazione decide annullare la condanna, ordinando di ripetere il giudizio d'appello, ma a Femia non basta ?
€“ forse perché gli era stata promessa un'assoluzione piena e definitiva - e pretende la restituzione dei 100 mila euro, lasciando intendere con chiaro intento intimidatorio la volontà di passare alle vie di fatto.
Di contro i due faccendieri chiedono a più riprese il pagamento dei restanti 300 mila euro pattuiti, in ragione del loro effettivo intervento in favore del boss calabrese.
Il tira e molla continua per diversi mesi, fino all'arresto del re delle slot machine insieme al faccendiere Torello. Paparusso e Colangelo sono sotto osservazione della Procura di Bologna.
E all'indomani degli arresti la Cassazione ha diramato una nota: «La Corte ha offerto la massima collaborazione per lo svolgimento dell'atto di indagine.
Ciò per consentire l'accertamento doveroso di eventuali condotte che se realmente tenute, comprometterebbero il presidio dell'istituzione».
2 marzo 2013
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